Focus - Un cavallo veneto e la sua bardatura

l'intervento di restauro e di esposizione museale della sepoltura equina
è stato realizzato con il contributo di
Studio Marcuzzo - Benvegnù 
Commercialisti&Avvocati - Oderzo






















Un cavallo veneto e la sua bardatura

Il cavallo della tomba 49 è esposto in due vetrine, una dedicata allo scheletro dell'animale e l'altra alla sua bardatura.
Il progetto di recupero è stato promosso dalla Fondazione Oderzo Cultura Onlus e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto ed è stato realizzato grazie alla sponsorizzazione di un privato, il dott. Guglielmo Marcuzzo dello Studio Marcuzzo - Benvegnù Commercialisti e Avvocati di Oderzo.
Moderno mecenate, il dott. Guglielmo Marcuzzo, da appassionato studioso della cultura archeologica opitergina, ha sovvenzionato il restauro del cavallo. Grazie a lui quindi il cavallo veneto con la sua bardatura è stato restaurato e diverrà sicuramente uno dei punti di forza del Museo.
L'auspicio è che altri imprenditori privati si facciano avanti per finanziare l'esposizione anche degli splendidi corredi delle sepolture umane che appartenevano a questa necropoli e che, in questo caso già restaurati, attendono ora di essere esposti vicino al cavallo.

La tomba di cavallo veneto è stata rinvenuta nel marzo del 2005 durante lo scavo per la realizzazione di un nuovo edificio dell'Opera Pia Moro, lungo la via Postumia, a pochi passi dal Museo stesso.
Nel settore meridionale rispetto al centro opitergino era stata individuata una necropoli preromana dove sono state portate in luce circa 60 sepolture, riunite in una quindicina di tumuli. Tre sono sepolture di cavalli, che si aggiungono ad una rinvenuta nei primi anni '80 in località La Mutera di Colfrancui.

Fra queste però la tomba 49 si distingueva per la presenza di una ricca bardatura di ferro e di bronzo. E' la tomba di un esemplare maschio, quasi certamente intero, quindi uno stallone, di circa 12-15 anni, deposto in una fossa coperta da un tumulo. La sepoltura risale al V secolo a.C.

Presso i Veneti antichi la centralità del cavallo è un dato inequivocabile, ribadito dalle fonti letterarie, dai manufatti e dalle immagini relative ai cavalli: c'è assoluta concordanza in queste fonti nel sottolineare il ruolo primario, da protagonista, di questo animale nel Veneto del I millennio a.C.
Molti scrittori illustri, greci e latini, quali Omero, Alcmane, Esiodo, Pindaro, Plinio, Strabone associano il popolo dei Veneti alla fama dei cavalli da corsa che allevavano, usati nelle corse delle principali competizioni sportive del mondo greco. Sappiamo che nel 440 a.C. Leonte di Sparta vinse la 85ma Olimpiade proprio con dei cavalli veneti; così pure il geografo Strabone racconta che il tiranno di Siracusa, Dionigi il Vecchio, per il suo allevamento di cavalli da corsa volle i famosi puledri veneti.

I cavalli veneti erano quindi merce pregiata ben conosciuta ai Greci, merce che doveva costituire una fonte di ricchezza competitiva nel quadro degli scambi commerciali. Certamente i Veneti erano agevolati nell'allevamento equino, grazie alle ampie estensioni di pianura che ben si adattano a questo scopo. Ma l'aspetto primario del forte legame tra Veneti e cavalli, quello cioè del ritrovamento di sepolture equine in diverse località della regione (Adria, Altino, Este, Padova), viene illuminato da Strabone quando racconta che i Veneti sacrificavano un cavallo bianco a Diomede, eroe divino, domatore di cavalli. Non c'è da stupirsi del resto che alla centralità economica dell'attività allevatoria corrispondesse una centralità ideologica, così ben espressa nella sfera del sacro, i cui riflessi ricadono sia nel culto religioso che nel rituale funerario.

Nel Veneto antico, la consuetudine di sacrificare, probabilmente tramite soffocamento o annegamento, e seppellire i cavalli all'interno delle necropoli sembra correlarsi a cerimonie destinate a defunti di particolare importanza sociale. Anche nei santuari era offerto alle divinità il sacrificio di questi animali, sia con esemplari reali, sia simbolicamente con statuette o immagini su lamine. Venivano sacrificati generalmente i maschi - forse perché le femmine erano preziose per la riproduzione - di età diverse ma di una razza selezionata per la corsa, caratterizzata dalla taglia piccola e slanciata.