Sala 1

"Una visita spirituale domina la mia immaginazione: la visione di Dio come luce e di Lucifero come materia"
























L'Autoritratto (1911), opera grafica e pittorica emblema dell'estetica spiritualista martiniana, ci accoglie nel salone d'ingresso. Il dipinto, di grandi dimensioni, eseguito con incredibile perizia su carta telata a penna di china molto sottile e tracce d'acquerello, e' anche l'opera-simbolo della Pinacoteca.
La bipolarità del bianco e nero e' risolta in una evidente trasgressione in nome del processo creativo - sinonimo di quello alchemico - tra vita e morte, sogno e veglia, spirito e materia secondo le istanze della cultura europea decadentista.
Il modo in cui il pittore si ritrae e gli oggetti di cui si circonda mettono a nudo la sua identità d'artista-demiurgo-creatore magico, genio inventore cui e' dato conoscere il mistero dell'uomo e dal nulla delle tenebre fare nascere il mondo nuovo dell'arte. Martini infatti e' quasi completamente avvolto dall' oscurità, tranne nel viso, curato, immobile e scrutatore; nella mano, protagonista della creazione artistica; e nei libri aperti al suo fianco tra i quali si intravedono riproduzioni di alcune sue opere. Anche le sembianze in cui l'artista si immortala, l'eleganza e la raffinatezza dell'abbigliamento, e l'allusione ai luoghi abituali delle sue frequentazioni - una Venezia inedita, città decadente per eccellenza, si apre sotto un'eclissi di luna tra le trine della finestra sullo sfondo - evidenziano un certo gusto ancora una volta tipicamente narcisistico e decadente.

Accanto all'Autoritratto è posta La finestra di Psiche nella casa del Poeta (1954), opera disegnata e dipinta (forse per escludere qualsiasi priorità di un mezzo espressivo sull'altro) che conclude degnamente l'avventura artistica dell'opitergino riproponendo insieme le immagini simboliste e iniziatiche degli esordi e i più tardi riferimenti surrealisti.
Tenue e trasparente è invece il tono degli oli, cerebrali e peculiarmente surreali, degli anni '30, quando, trasferitosi a Parigi, Martini vive un momento nuovamente fecondo della sua attività creativa elaborando le opere "alla maniera chiara": vi appartengono Metempsiycose plastique (1930), Amore (1930) e Aurora paesaggio universale (1932), qui esposte.
Martini le definisce "pitture coi colori del cielo", ovvero con "...i colori eterni, con le gamme dell'infinito" la cui composizione e' frutto "... di una lunga, intensa elaborazione formale, malgrado lo stato di veggenza e di spontaneità creativa." Opere, ancora, intese quali "misteri non rivelati", contraddistinte da delicatissime tonalità neutre chiuse entro spazi definiti dalla linea, a suggerire effetti di solidità plastiche quasi tattili.
Sembianti umani, maschili e femminili, paesaggi desertici, germinazioni vegetali animate contraddistinguono queste opere ascrivibili alla serie "ectoplastica" e "psicoplastica" martiniana, ispirate al tema dell'amore umano rivisto alla luce delle teosofie antiche - riprese dal Simbolismo tardo-ottocentesco - sulla trasmigrazione delle anime in altre sostanze corporee.



Didascalie


1. Sala 1
2. Foto
3. La Bocca, 1915, litografia su carta
4. Il Bacio, 1915, litografia su carta
5. Amore, 1930, olio su tela